Ai blocchi di partenza
Finalmente la nebbia si dirada. Il quadro si delinea, si mette a fuoco. Escono allo scoperto le formazioni politiche che si accingono a entrare in lizza nell’incipiente campagna elettorale. Al centro, spunta una timida rosa pallida, la Rosa Bianca; a sinistra, un arcobaleno che sarà guidato da Rainbowman: Fausto Bertinotti. Il PD corre da solo, alleggerendosi della zavorra costituita dai suoi ex alleati estremisti. E, come al solito, Berlusconi spiazza tutti con la mossa più azzeccata: un partito uno e bino che, a ben vedere, tanto bino non è. La mossa non solo è azzeccata, ma a lungo meditata, covata, calcolata. E così il Cavaliere, che deve ancora dar prova di essere uno statista, già si dimostra uno stratega molto al di sopra di tutti gli altri politici e politicanti nostrani, avvezzi a praticare la politica di piccolo cabotaggio, di rimessa, tutta fatta di tatticismi di giornata, senza progetti di lungo respiro. La nuova creatura del Cavaliere, il Popolo della Libertà, che, dopo essere stata partorita, sembrava destinata a un abbandono almeno temporaneo, torna alla ribalta e fagocita in un sol boccone Forza Italia e Alleanza Nazionale, che si ‘sciolgono’ in essa. E in questa operazione brilla la furbizia volpina del Cavaliere. In apparenza, la confluenza nel PdL di FI e AN accomuna i due partiti nello stesso destino di dissolvimento, in realtà il partito che veramente si dissolve è AN: FI si trasforma, si evolve e, mutato il nome, assorbe AN (e addio ad Alleanza per l’Italia, il nuovo partito che Fini intendeva far sorgere dalle ceneri di Alleanza Nazionale). Fini rinuncia al proprio partito attratto dalla prospettiva di diventare l’unico erede politico di Berlusconi? Se è così, temo, per lui, che vada incontro a una delusione. Posso sbagliarmi, ma a me sembra che Fini stia a Berlusconi come Carlo d’Inghilterra sta alla regina Elisabetta II, eterno ‘erede al trono’, che invecchia in un’attesa che non avrà mai termine, destinato a essere rimpiazzato da un più giovane pretendente. Vedremo.
Nel PdL, dunque, confluiscono forze liberali, popolari e conservatrici: un’aggregazione ragionevole, se se ne smussano gli attriti interni. Personalmente auspico che siano i liberali autentici, Riformatori Liberali e liberali sparsi, a indicare, con le proprie proposte, la direzione da prendere. D’altra parte, ormai tutti, che si dichiarino di sinistra (moderata) o di destra (moderata), sanno che le politiche necessarie per risollevare l’Italia, per farla uscire dal guado, sono politiche liberali e liberiste, anche perché l’Italia dovrebbe procedere di conserva con gli altri paesi dell’Europa: finora lo fa arrancando penosamente, mentre è il caso che cambi passo. E poi c’è la globalizzazione e quindi la concorrenza, la meritocrazia, ecc.
Dunque la gara sta per iniziare. Le formazioni si stanno sistemando ai blocchi di partenza, magari spintonandosi un po’, perché tutte vogliono occupare il centro, tranne i retrogradi, i reazionari, i nostalgici delle due ali estreme. Fin d’ora, con le nuove formazioni in campo, si respira una certa aria di cambiamento, ma la prova del fuoco delle novità, per ora soltanto promesse, si avrà con la campagna elettorale, che dovrebbe distinguersi dalle precedenti per un diverso stile, oltre che per i programmi proposti (fra i quali, peraltro, per quanto detto sopra, non dovrebbero esserci radicali differenze). Messa al bando la delegittimazione-demonizzazione dell’avversario, come modo ‘vecchio’, per non dire ‘primitivo’, di far politica, superata la mentalità che porta allo scontro alla ‘hooligan’ fra feroci e ottuse tifoserie contrapposte, dovremmo avere una campagna elettorale basata sul confronto delle idee, sul rispetto dell’avversario, su un certo, minimo, fair play. Tutto questo non soltanto per un fatto di civiltà politica, ma anche in vista di eventuali intese sulle Grandi Riforme. Vedremo se a prevalere sarano i vecchi ‘spiriti animali’ o più nuovi ‘spiriti civili’.
Ceterum censeo Italiam esse mutandam.