Sostiene Salvati
Capita a fagiolo, a proposito del mio post di ieri, l’editoriale di Michele Salvati sul Corriere di oggi, che si conclude con queste parole: “Una sinistra liberale e di governo non può vivere (vincere) né con la sinistra radicale, né senza di essa. Insieme alla sinistra radicale non può vincere perché è improbabile che i cittadini la riconfermino dopo una esperienza di governo deludente. Senza di essa non può vincere perché, in un sistema bipolare, le mancano i numeri. Se vuole assumere un chiaro profilo di sinistra riformista è questo «il» problema politico che il Partito democratico si trova di fronte. E potrebbe trovarselo di fronte molto presto, qualora non si trovasse una soluzione parlamentare al problema della legge elettorale e il referendum generasse tensioni insostenibili nella maggioranza. Domanda: se ci fossero elezioni a breve scadenza, e con questa legge elettorale, il Partito democratico preferirà (rischiare di) perdere insieme alla sinistra radicale o perdere sicuramente da solo, ma dando di sé un’immagine nitida?”. Bella domanda: in nome dell’omogeneità ideologica e programmatica (cui accennavo io), il Partito Democratico dovrebbe scegliere la seconda opzione; temo, però, che sceglierebbe la prima. Ma c’è un’altra domanda che incombe sul PD. Premesso che un partito che si definisce “democratico” dovrebbe, come minimo, sposare il principio basilare della democrazia (rappresentativa), quello per cui governa chi ottiene la maggioranza dei suffragi, se il PD si ostinasse a tenere in vita il governo Prodi, per “paura” che, in caso di elezioni anticipate, la maggioranza degli italiani voterebbe per il centrodestra, come potrebbe continuare a definirsi “democratico”? Non c’è dubbio: il PD nasce fra mille dilemmi.
Ceterum censeo Italiam esse mutandam.