Wednesday, November 28, 2007

Finale di partita

C’è qualcosa di nuovo, oggi, in Berlusconi, anzi di antico. Dopo il coup de théâtre con cui ha annunciato la nascita del Partito delle libertà e con cui, contestualmente, si è tolto una miriade di sassolini dalla scarpa, sembra placato, come se, liberatosi della tensione cui per anni lo avevano sottoposto gli alleati (“Dagli amici mi guardi Iddio…”), costringendolo a mille improduttivi compromessi, si sentisse, finalmente, in pace con sé stesso. Ospite di Ferrata a “Otto e mezzo”, qualche giorno fa, dava proprio questa impressione. Esplicitamente ha detto, in sintesi: “Ho finalmente dato vita alla creatura che da tempo avevo in gestazione ovvero ho trasformato la “crisalide” Forza Italia nella “farfalla” Partito delle libertà. Questo nuovo partito è aperto a tutti gli spiriti liberali che vi vorranno aderire. Non avrà una struttura verticistica, ma “basistica”, ovvero decisa dalla base (e qui ha fatto l’esempio della piramide capovolta): sarà la base a deciderne i quadri”. Ma fra le righe è sembrato che dicesse: “Questo è il mio regalo: fatene l’uso migliore”. Posso sbagliarmi, ma, secondo me, il Cavaliere si è definitivamente scocciato del “teatrino della politica” e si accinge a fare un (mezzo) passo indietro, rinunciando a candidarsi come futuro premier, in cambio di una carica onorifica da padre nobile (Presidente del nascente Partito delle libertà), con una mossa a sorpresa che darà scacco matto agli avversari. Ha già “sacrificato” due alfieri: Fini e Casini. “Sacrificando” sé stesso, porterà lo scompiglio tra le file nemiche, ovvero, come dicono quelli, vi farà “scoppiare le contraddizioni”. Finora, il collante che ha tenuto malamente unite le forze sinistre è stato l’antiberlusconismo, una reazione viscerale, alimentata, prima ancora che da presupposti ideologici, da pulsioni astiose. L’arma brandita a corrente alternata contro il Cavaliere, ovvero sospesa come una spada di Damocle sul suo capo: il conflitto di interessi. Se Berlusconi passa il testimone, rinunciando a ripresentarsi come candidato premier, spunta l’arma agli avversari e ne scioglie il sodalizio. Quando si decise a scendere il campo, lo fece a malincuore (aveva di meglio da fare) e non prima di aver rivolto un appello alle forze moderate perché si coalizzassero contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Sconvolte dalla bufera tangentopolitana, le forze moderate, disperse, frastornate, non furono in grado di rispondere all’appello e Berlusconi scese in campo. Oggi, mutatis mutandis, la situazione è caotica e fluida come allora. Berlusconi fonda e vara un nuovo partito, riporta in auge il liberalismo, soffocato, negli anni scorsi, dai continui compromessi con gli alleati, e si smarca da tutti. Gli avversari che, usando come ariete la legge in gestazione sul riassetto del sistema televisivo, si preparano a sfondare la porta dietro cui credono troneggi il Cavaliere, si troveranno la porta improvvisamente spalancata e del Cavaliere nessuna traccia: non potranno evitare un rovinoso ruzzolone. Fantapolitica? Forse. Ma Carlo Panella, non l’ultimo arrivato, la pensa come me (v. il suo blog).

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Tuesday, November 27, 2007

Snellire

Vi sono due sottospecie di liberali: i radicali e i moderati. I primi del liberalismo abbracciano i princìpi, cui si attengono con rigore e intransigenza. I secondi del liberalismo sposano il pragmatismo, che applicano con elasticità, in un’ottica di problem solving, attenti alle necessità concrete e immediate. I primi perseguono un’utopia. I secondi perseguono il possibile. I primi sono sempre stati un’élite, un’élite avanzatissima, portatrice di ideali cui tendere “asintoticamente”. I secondi hanno sempre proposto soluzioni realistiche e, ovviamente, liberali, per singoli, specifici problemi. Gli uni e gli altri sono rimasti a lungo inascoltati, finché non è scoppiata la moda del liberalismo e allora è incominciata l’appropriazione, se non vogliamo dire il saccheggio, dei princìpi e delle proposte liberali da parte di forze di destra e di sinistra, ben poco liberali nelle rispettive ideologie e tradizioni. Ai veri liberali le etichette di destra e di sinistra stanno strette; alcuni si collocano nell’area di centrodestra, altri in quella di centrosinistra, altri ancora hanno trasmigrato dall’una all’altra alla ricerca di un habitat più ricettivo: il passaggio di Pannella & co. dall’area di centrodestra a quella di centrosinistra e il più recente di Capezzone dall’area di centrosinistra a quella di centrodestra non sono stati dettati da opportunismo di bassa lega, ma dalla speranza di trovare, nell’area di destinazione, forze più sensibili alle istanze liberali. D’altro canto, i liberali autentici, in quanto antistatalisti e individualisti, non sono né di destra né di sinistra: in Italia, procedendo dal centro alle due periferie politiche contrapposte, gli statalisti crescono e diminuiscono quanti prepongono i diritti (e le libertà) individuali a presunti diritti collettivi. In forza dell’antistatalismo e dell’individualismo, che condividono, i liberali delle due sottospecie dovrebbero riunirsi, far fronte comune, e invece non solo restano dispersi nel panorama politico italiano, ma, più o meno aspramente, polemizzano fra loro, combattendosi  come i capponi di Renzo di manzoniana memoria. Male, così non va. Messe da parte le discordanze, smussate le asperità che li dividono, liberali radicali e liberali moderati dovrebbero riunirsi sulla base di un minimo comune denominatore, un programma politico condiviso, chiaro, incisivo e semplice da comunicare. Ne propongo uno riassumibile in un’unica parola: “Snellire”. In quest’Italia che soffre di ipertrofia delle istituzioni, di gigantismo degli sperperi, di bulimia fiscale ce ne sarebbero tante di cose da snellire. Qui ne elenco alcune, ma chi più ne ha più ne metta. Dunque, snellire:

1) Lo Stato (nel senso di diminuirne l’ingerenza nella vita privata dei cittadini).

2) La burocrazia.

3) Le spese della politica.

4) La giungla fiscale e l’imposizione fiscale (meno tasse e meno pesanti).

5) L’iter legislativo (addio al bicameralismo perfetto).

6) Il numero dei parlamentari e dei ministri.

7) Il processo decisionale (più poteri al premier e meno concertazione).

8) Il corpus iuris, l’obeso ‘corpaccione’ delle migliaia e migliaia di leggi.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Saturday, November 24, 2007

Gli innovatori

Premessa. Sorvoliamo sulle bombette a orologeria fatte scoppiare con cronometrica puntualità in faccia a Berlusconi, non appena il personaggio si rende pericoloso per l’establishment: bombette mefitiche il cui unico effetto, per fortuna effimero, si riduce a un provvisorio aumento del tasso di  inquinamento dell’atmosfera politica, già di per sé satura di miasmi irrespirabili. Di maggior durata, quasi diventate luoghi comuni, sono certe critiche portate al Cavaliere fin dal momento della sua discesa in campo e reiterate negli anni. Tutte vertono sulla sua imprenditorialità, intesa e presentata in termini negativi, perché, sostengono i suoi detrattori, un imprenditore è invasato dal demone del profitto (mentre i politici di professione sono, com’è noto, animati da puro spirito di sacrificio, ebbri di abnegazione) e Berlusconi, in particolare, ha fondato Forza Italia – un partito-azienda, un partito-personale – all’unico scopo di tutelare i propri interessi, riuscendo a imporsi soltanto grazie ai suoi soldi e alle sue reti televisive. A questo viene ridotta l’imprenditorialità di Berlusconi, demonizzata anche in nome del pauperismo imperante. Quel che nessuno ha sottolineato abbastanza, finora, è che il tratto caratteristico di ogni imprenditore di successo è la sua capacità di innovazione. Berlusconi, lo ha dimostrato anche recentemente, è principalmente un innovatore e non stupisce, che, giunto in quel circo di parrucconi che è il mondo politico italiano, lo abbia messo a soqquadro. “Innovare” è un imperativo categorico, in economia: lo sanno i produttori di rasoi che ogni anno aggiungono lame ai loro prodotti; lo sanno i produttori di detersivi, che, superata la soglia del bianco che più bianco non si può, dotano i propri prodotti di salvifiche proprietà antibatteriche. Insomma, per restare sul mercato e imporsi, bisogna, fra le altre cose, proporre in continuazione “novità”. Questo vale, e non ci si scandalizzi del paragone, anche per la politica, soprattutto per la politica italiana, decrepita in tutti suoi aspetti, a partire dalle ideologie che la dominano.

Proposta. Le due etichette con cui si indicano i contrapposti schieramenti canonici di una democrazia occidentale sono: “progressisti” e “conservatori”. Etichette ormai consunte, usurate al limite della totale perdita di senso: i sedicenti progressisti italiani sono i politici più retrogradi che esistano e i sedicenti conservatori italiani sono i depositari di “valori” superati. Fra l’altro, se c’è un termine che non significa alcunché – pomposo, stucchevole, retorico e, soprattutto, vuoto – è proprio il termine “valori”: non si riesce mai a sapere, da quanti ne fanno uso, a che cosa, di preciso, si riferisca. Ma pare brutto chiederlo. Come se non bastasse, poi, il termine risulta ulteriormente squalificato da quando ne ha assunto il monopolio il buon Tonino. Comunque, ognuno è libero di definirsi come crede e se i retrogradi di sinistra vogliono continuare a definirsi “progressisti” e i nostalgici di destra “conservatori”, facciano pure. In alternativa a costoro, io suggerisco che quanti, con spirito liberale, si propongano di agire sulla scena politica con intenzioni serie di cambiare in meglio l’Italia si definiscano “innovatori”, dichiarandosi esplicitamente antagonisti di tutti i conservatori, di destra e di sinistra. Il termine “innovatori”, in quanto antonimo del termine “conservatori”, dovrebbe piacere ai “consumatori” (di politica), cioè agli elettori, perché sa di fresco tanto quanto l’altro sa di stantìo. Ma non si tratta di una questione puramente nominalistica: oggi come non mai la politica italiana ha bisogno di innovatori, di persone creative, nel settore propriamente propositivo e in quello comunicativo (opinion makers, spin doctors).

Più esplicitamente, chiedo a Capezzone, Della Vedova, Taradash, ecc. di fondare il “Partito Innovatore” (PI). Certo un partito che si denomini “innovatore” assume un impegno costante: il termine è quasi un programma.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Thursday, November 22, 2007

L'Italia malata

Diagnosi. L’Italia è fossilizzata, ingessata, bloccata in una struttura sociale blindata che garantisce l’impunità ai politicanti e ai loro clientes, impedendo ogni cambiamento. In particolare, la società italiana è cristallizzata in una struttura a gironi concentrici: quattro, per la precisione. Il I girone, quello più interno, è detto la Casta ed è costituito dai politici di ogni ordine e grado e dai relativi cortigiani. Il II girone è la roccaforte in cui coabitano diversi poteri autonomi – la magistratura, la burocrazia, i sindacati, le corporazioni, i media (non tutti) –, poteri in varia misura collusi con la Casta. Il III girone è costituito dai Clienti: i raccomandati, i sovvenzionati (Enti inutili et similia) e i nullafacenti. Il IV girone, il più esterno, è quello degli Esclusi. Ne fanno parte coloro che, pur privi di potere e senza voce in capitolo, producono ricchezza, mantenendo i parassiti dei primi tre gironi: “L’Italia è una Repubblica ipsocratica (nel senso che governano sempre gli stessi) fondata sul lavoro altrui”.

            Già di per sé perniciosa, questa struttura infernale, da cui è bandito il merito e dove le capacità personali soccombono al clientelismo e al nepotismo imperanti, genera anche, fra gli Esclusi, deleteri effetti collaterali: sfiducia, rassegnazione e una diffusa disonestà, all’insegna del “si arrangi chi può”. Sfiducia, rassegnazione e disonestà diffusa, a parte ogni considerazione morale, costituiscono altrettanti freni allo sviluppo economico e civile. Urge correre ai ripari.

Terapia. Per curare l’Italia malata (ormai in fase terminale), è necessaria una terapia d’urto, alla Capezzone: liberalizzazioni, sburocratizzazione e detassazione in dosi massicce, lotta senza quartiere al clientelismo, all’inefficienza, alla corruzione, disarticolazione delle corporazioni, ridimensionamento dello strapotere dei sindacati, separazione delle carriere dei magistrati, ecc. Un compito immane, praticamente disperato. Gli unici terapeuti che possono intervenire con qualche probabilità di successo sono i liberali, ma devono mettersi insieme e farsi sentire: “Liberali di tutto il Paese, unitevi!”.

Prognosi. La prognosi, purtroppo, è riservata, perché il sistema immunitario della grande inferma è pronto a intervenire contro qualsiasi trapianto di liberalismo, con una reazione di rigetto. I due veri partiti che oggi si fronteggiano in Italia non sono quelli di cui si parla sui giornali e in televisione, bensì quello degli “statuquoisti” (mi si perdoni l’orribile neologismo) e quello degli innovatori. I primi, i difensori dello status quo, allignano, ben arroccati, nei primi tre gironi di cui sopra. I secondi sono sparsi nel tessuto sociale e, rari nantes in gurgite vasto, dispersi in diverse formazioni politiche. All’orizzonte, poi, si profila un altro pericolo, che segnalo parafrasando Lucio Dalla: “Attenti al Luca!”. Corre voce che Montezemolo sia pronto a scendere in campo a capo di una formazione criptoneodemocristiana che si collocherebbe, naturalmente, al centro, proprio sui calli di Berlusconi. Se questa malaugurata ipotesi dovesse avverarsi, l’Italia resterebbe blindata, imbalsamata in saecula saeculorum. Amen.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Wednesday, November 21, 2007

Il Gianfranco furioso

Fa quasi pena il povero Fini, squassato da un’ira funesta che rischia di addurre infiniti lutti a lui e al suo partito: un caso umano. Soltanto pochi giorni fa, dopo la mancata caduta del governo Prodi sulla Finanziaria, il Nostro, da una pagina del Corriere in cui campeggiava una foto del suo volto dai tratti severi e dallo sguardo gelido-tagliente, intimava a Berlusconi di cambiare strategia. È stato accontentato a tambur battente ed è finito KO. Che botta! Sotto le sembianze del politico accorto  che fu – freddo, lucido, composto –, oggi si agita e straparla un pugile suonato, vittima di reazioni viscerali, ormai incapace di autocontrollo. Pare che abbia detto (cito dal Corriere): “La favola della Cdl è finita, Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio improvvisamente idea e posizione… Questa frattura non è più sanabile: per quanto mi riguarda, Palazzo Chigi se lo scorda!”. E ancora: “Con me dovrà fare i conti Berlusconi, e mica è eterno lui: io ho vent’anni di meno…”. Non ha capito, il tapino, che: 1) la Cdl l’ha smantellata proprio Berlusconi; 2) è Berlusconi che ha chiuso con lui, e non viceversa; 3) Berlusconi non ci pensa nemmeno lontanamente a recuperarlo; 4) Berlusconi non dovrà certo contare su di lui per tornare a Palazzo Chigi. Ma più preoccupante di tutte è la sua ultima dichiarazione: se, come raffinata stategia politica, Fini intende adottare quella del cinese che si siede sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere del suo nemico (faccia gli scongiuri, Cavaliere!), quale futuro si prospetta per Alleanza Nazionale e per il suo (finora indiscusso) leader? Temo che la nave stia per affondare: vedremo quanti topi l’abbandoneranno prima di fare un bagno.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Monday, November 19, 2007

Analisi di un coup de théâtre

Sembrava stretto all’angolo, dopo che la sua profezia sulla caduta del governo Prodi non si era avverata: gli avversari lo sbertucciavano, gli alleati, inviperiti, ne stigmatizzavano la strategia e la mancanza di tattica, intimamente gongolanti, questi e quelli, come iene speranzose di spartirsi le spoglie del vecchio leone ferito. Ma il vecchio leone, più integro e vitale che mai, li ha spiazzati tutti con un coup de théâtre che li ha lasciati letteralmente tramortiti. È certamente esagerato attribuirgli la sottigliezza machiavellica di aver consapevolmente pronunciato una profezia sbagliata per far uscire allo scoperto i propri alleati, con i rispettivi malumori, e aver fatto abbassare la guardia agli avversari, onde poter piazzare un colpo più inaspettato e micidiale che mai, ma sta di fatto che, nell’arco di ventiquattr’ore, Berlusconi ha capovolto a suo vantaggio una situazione che sembrava critica per lui, annunciando la nascita di un nuovo partito, il “Partito del popolo della libertà”. Scombussolamento generale: anche Angelo Panebianco, uno dei più lucidi commentatori politici italiani, non ci si raccapezza e, sul Corriere di oggi, firma un editoriale intitolato “Il mistero del Cavaliere”, pieno di “forse” e di “può darsi”, indeciso su come interpretare la strategia berlusconiana. Veltroni (per non parlare di Bossi, Casini e Fini) ha accusato il colpo, cui ha reagito con risposte debolissime (da “la Repubblica”): “E’ il riconoscimento di una sconfitta, dopo l’annunciata spallata al governo che non c’è stata. Ed è anche la convinzione che si è conclusa una stagione politica […] Noi facciamo i gazebo e li fa anche lui. Noi facciamo un nuovo partito e lo annuncia anche lui …”. Sciocchezze: del Cavaliere tutto si può dire, meno che si accodi ad altri, che ne imiti le mosse. È invece evidente che l’iniziativa di Berlusconi, pur fatta precipitare dalla situazione creatasi, è cosa che maturava da tempo e non è, come sostengono alcuni commentatori, una mera replica della sua discesa in campo, un ritorno alle origini riducibile semplicemente a un’operazione di restyling, al cambio del nome di un partito. È molto di più: è la conclusione di un progetto di lungo respiro, il traguardo che Berlusconi si era posto fin dall’inizio. Approfittando del consenso senza precedenti di cui gode (e deve rigraziarne lo sgangheratissimo governo Prodi), oggi Berlusconi può permettersi il lusso di procedere da solo, senza l’ingombro di petulanti alleati, sia di fronte agli elettori, quando, finalmente si tornerà a votare, sia nel concordare con il centrosinistra una nuova legge elettorale e altre eventuali riforme istituzionali e/o costituzionali. E ancora: può imprimere una svolta in senso liberale al suo partito, rinnovandone i quadri, svecchiandolo, togliendolo dalle secche dei tatticismi e dei compromessi di vecchio stampo, fornendogli nuove energie (la cooptazione di Daniele Capezzone ed altri spiriti autenticamente liberali fa ben sperare in questo senso). A dimostrazione del fatto che la mossa di Berlusconi è tutt’altro che frutto di improvvisazione, basta analizzare il nome della nuova formazione, un po’ pesante (“Partito del popolo della libertà”), ma scelto accuratamente per quello che dice e quello cui allude. Intanto si tratta di un “Partito” (come il Partito Democratico), non di una “Lega”, di un’“Alleanza”, di una “Cosa” o di una “Casa”: si torna alla tradizione, chiudendo la parentesi aperta subito dopo Tangentopoli, quando la parola “Partito” suonava oscena. Poi si tratta di un Partito “del popolo” (non “popolare”, aggettivo dal suono e dal significato tipicamente democristiani), quindi di un partito di massa, ma, al contempo, di una massa avanzata, consapevole, responsabile, intraprendente: “della libertà”. La traduzione di “Partito del popolo della libertà” sarebbe “Partito liberaldemocratico”, ma, a parte il fatto che già Dini e i suoi si sono denominati “liberaldemocratici”, il liberalismo, in Italia, è cosa che “si fa (eventualmente), ma non si dice”, tanti sono i pregiudizi ideologici e i precedenti storici che lo contrastano. In conclusione, coup de théâtre, ma non improvvisazione. Per stabilire se sia trattato anche di un colpo di genio dovremo aspettarne le conseguenze.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Sunday, November 18, 2007

Cavaliere, mi consenta ...

Cavaliere, mi consenta qualche riflessione di carattere generale su di Lei e non se n’abbia a male se mi permetto di darle, sommessamente, qualche suggerimento che Lei si guarderà bene dal prendere in considerazione, essendo già circondato da fior di consiglieri (?) e, soprattutto, avendo Lei la tendenza, eroica, a far di testa Sua. Lei è un antipolitico (questo è un complimento) che ha avuto l’audacia, la temerarietà, di “scendere in campo”, ovvero nella fossa dei leoni, forte delle sue convinzioni, della sua determinazione e dei Suoi mezzi e capacità di comunicazione. E, subito, ha riportato una vittoria sfolgorante, ridicolizzando il povero Achille Occhetto e la sua “gioiosa macchina da guerra”. Il Suo successo è dipeso da tanti fattori, non ultimo dei quali proprio il fatto che Lei fosse un antipolitico: gli italiani, che Tangentopoli aveva reso orfani dei partiti tradizionali, disgustati della politica corrente, L’hanno accolta, se non proprio come un Salvatore, come un’ancora di salvezza cui aggrapparsi con qualche speranza, nello tsunami in corso. Il mondo della politica (più Indro Montanelli), invece, ha immediatamente visto in Lei un antigene, un corpo estraneo da neutralizzare al più presto, ma, colto alla sprovvista, non è stato capace, all’epoca, di produrre i necessari anticorpi. Da allora tante cose sono cambiate (in peggio), meno due: Lei è tuttora un antipolitico e il mondo della politica cerca tuttora di eliminarLa. Purtroppo per Lei, la Sua antipoliticità ha perso un po’ del suo fascino o, quanto meno, del suo smalto, mentre il mondo della politica, approfittando di alcuni Suoi passi falsi (che cosa Le è saltato in mente di andare a sponsorizzare “Rifondazione fascista”?), sta mettendo a segno qualche punto, nel tentativo di eliminarLa o, almeno, di ridimensionarLa. Io sono convinto che, alla fine, la spunterà Lei, ma, forse, dovrà decidersi a effettuare un cambiamento di rotta a cominciare dalla strategia e dalle tattiche di comunicazione (mi rendo conto dell’enormità di quel che Le suggerisco, essendo io un Carneade qualsiasi e Lei un Principe della comunicazione). Il Suo stile oratorio è schietto (qualche volta, troppo), diretto, anticonformista. Lei parla senza peli sulla lingua ed esprime concretissimi contenuti. Le Sue parole non hanno bisogno di interpretazioni: sono chiarissime e inequivocabili. E, soprattutto, Lei dice (questa, almeno, è l’impressione che dà) tutto quello che pensa, sia che si rivolga alla “gente”, con la quale mantiene un rapporto privilegiato, sia che si rivolga ai Suoi colleghi. I politici (se preferisce, i politicanti) tradizionali, invece, sono altrettanti Giani bifronti: con una faccia (tosta, di bronzo, di tolla) si rivolgono al pubblico, all’elettorato, al popolo, con tutt’altra faccia comunicano fra loro. E, nel rivolgersi al pubblico, dicono e non dicono, alludono (il più delle volte mentono, sapendo di mentire), lasciano intendere, si contraddicono, con estrema disinvoltura. Walter Veltroni, per esempio, è un campione di questo stile comunicativo: non solo afferma tutto e il contrario di tutto, come è stato già rilevato anche dalla satira politica, ma, anziché esprimere contenuti, spesso esprime “contenitori”, parole vuote da riempire, onde chiunque l’ascolti può attribure loro il senso di ciò che vuol sentirsi dire. E così accontenta tutti, almeno a parole. Impari un po’ da lui, non dica sempre tutto quello che Le passa per la testa, non si lasci prendere la mano dal wishful thinking, che poi non si realizza (alludo alla caduta preconizzata, ma non avvenuta, del governo Prodi), ed eviti i termini iperbolici, come “implosione”. Il governo Prodi si sta sgretolando, sfarinando, sbriciolando, sta cadendo a pezzi, come un edificio fatiscente che si regge in piedi per miracolo. Ma, così come certi ruderi resistono all’azione del tempo e restano in piedi sfidando la forza di gravità, analogamente non è da escludersi che il governo Prodi tiri a campare ancora per molto (troppo) tempo. Ora, se Lei dice che il governo Prodi si sta sgretolando, la “gente” verifica di persona la verità della sua affermazione e ne conviene, se, invece, Lei dice che il governo Prodi è imploso, la “gente”, non constatando niente del genere, Le volta le spalle.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Thursday, November 15, 2007

L'Italia dei doppioni

In Italia i liberali autentici scarseggiano, mentre abbondano i sed-lib (sedicenti liberali), che si autodefiniscono mediante audaci ossimori: cattolici-liberali, socialisti-liberali, ecc. Persino il nostro attuale ministro degli Esteri, Massimo d’Ulema, si definì liberale, non troppo tempo fa. Il liberalismo viene tirato per la giacchetta, da destra e da sinistra, e usato come specchietto per le allodole, anche se le allodole non sembrano esserne particolarmente attratte: gli italiani amano lo Stato invadente, paternalista, assistenzialista, erogatore di un welfare insostenibile, quale provvida mammella senza fondo; non apprezzano la meritocrazia, sedotti da un egualitarismo ottusamente livellatore; tendono ad aggregarsi in corporazioni o caste più o meno impenetrabili e, per converso, non amano la società aperta, il libero mercato, la libera concorrenza, la libera iniziativa. Ma tant’è: il liberalismo-liberismo è di gran moda, almeno in teoria. Sul Corriere di martedì 13 novembre, Pietro Ichino, commutando i termini della tesi secondo cui la sinistra ha bisogno del liberalismo, espressa da Alesina e Giavazzi, nel loro recente libro “Il liberismo è di sinistra”, sostiene che il liberalismo ha bisogno della sinistra. “Come può il liberalismo affermarsi oggi se non è la sinistra a farsene portatrice?”, si chiede l’illustre studioso (una posizione del genere, ma ispirata a puro pragmatismo, fu espressa tempo fa da Montanelli, convinto che soltanto la sinistra avrebbe potuto attuare politiche di liberalizzazione, in quanto, rispetto alla destra, avrebbe incontrato una minore resistenza da parte dei sindacati). Sempre a sinistra, Dini e i suoi quattro accoliti si fregiano del titolo di “liberaldemocratici”. Da destra una buona notizia: Daniele Capezzone, un liberale autentico, è stato invitato a partecipare ai prossimi incontri dell’Officina, la sede in cui Forza Italia e gli alleati della Casa delle Libertà definiscono temi, obiettivi e programmi politico-culturali. (Detto per inciso, non sarebbe male se i liberali che militano nel centrodestra – Capezzone e i suoi, i Riformatori Liberali di Della Vedova e Taradash e altri liberali più o meno sparsi – si unissero in un’unica formazione). Insomma, il liberalismo-liberismo sta conquistando posizioni sia a destra sia a sinistra, e questo è senz’altro un bene, perché una “contaminazione” liberale non può che giovare a qualunque schieramento, contrapponendosi alle componenti stataliste presenti nei due poli. Ma questa tendenza mette in luce una curiosa particolarità della politica italiana: la formazione di doppioni speculari. In una democrazia occidentale normale (e l’Italia non lo è), esiste un partito di ispirazione socialdemocrsatica e uno di ispirazione liberaldemocratica (più piccole forze di contorno) e gli elettori hanno una visione chiara delle opzioni politiche che vengono loro offerte. In Italia, invece, ci sono liberali di destra e liberali di sinistra, socialisti di destra e socialisti di sinistra, cattolici di destra e cattolici di sinistra: doppioni speculari, appunto. La recente comparsa di “Rifondazione fascista” (pardon: “La Destra”) ha completato il quadro: mancava, a destra, un partito dichiaratamente ultrastatalista, ultradirigista, antisemita. E gli elettori, quelli normali, non sapranno più che pesci prendere: soltanto le contrapposte tifoserie ideologiche, ispirate a campanilismo politico, composte da coloro che considerano “destra” e “sinistra” blasoni cui essere fedeli ‘a prescindere’, continueranno a votare, alla cieca, come hanno sempre fatto.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Tuesday, November 13, 2007

Il "bizzarrum"

La temperatura del dibattito sui sistemi elettorali sta salendo, i toni stanno diventando incandescenti. Geronimo (Cirino Pomicino), sul Giornale, spezza una lancia a favore del sistema proporzionale. Gli risponde, disgustato, Massimo Teodori, antiproporzionalista, cui fa eco Daniele Capezzone. Veltroni caldeggia un sistema “misto” tedesco-spagnolo; Fini e Casini non chiudono all’ipotesi “tedesca”, ma escludono tassativamente l’ircocervo proposto dal leader del PD. Berlusconi, che ha fretta di andare a votare, ci andrebbe anche col sistema attuale, la “porcata”. I partiti più corposi invocano lo sfoltimento della giungla partitica; i partitini sono in fibrillazione, temendo ogni sistema che li metta fuori gioco. Tutti, o quasi, paventano il referendum. Ognuno, comprensibilmente, cerca di confezionarsi una legge elettorale su misura, adducendo, più o meno in buona fede, argomentazioni pro e contro i diversi sistemi. I proporzionalisti accreditano al sistema proporzionale una più fedele rappresentatività e imputano al sistema maggioritario la formazione di compagini eterogenee, raccogliticce, messe insieme al solo scopo di fare numero, con la conseguente formazione di governi paralizzati da veti interni, ovvero costretti a tirare avanti fra sterili (se non peggio) compromessi. I maggioritaristi accreditano al sistema maggioritario una maggiore democraticità, in quanto gli elettori, con questo sistema, potrebbero scegliere da chi farsi governare (maggioranza e premier), e imputano al sistema proporzionale l’incapacità di preservare l’alternanza. Questa accusa non sembra molto fondata: la mancata alternanza, nel lungo periodo della dominazione democristiana, è dipesa dalla presenza di un forte partito comunista (il più potente dell’Occidente), onde molti elettori, “turandosi il naso”, alla Montanelli, finivano per votare DC, pur vergognandosene e senza ammetterlo pubblicamente. Con la caduta del muro di Berlino e, in Italia, con Tangentopoli, il panorama politico italiano ha subito uno sconvolgimento epocale: è sceso in campo il Cavaliere, che, col suo partito, creato in quattro e quattr’otto, ha fatto a pezzi la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto. Da allora, in effetti, si sono alternate, al potere, formazioni di centrodestra e di centrosinistra, ma non per merito del sistema maggioritario (d’altronde il sistema proporzionale in vigore in molti paesi non impedisce l’alternanza), bensì per il fatto che, venuto meno lo spauracchio rappresentato dal PCI, gli italiani, non più divisi fra Don Camilli e Pepponi, hanno dimostrato una maggiore, più sana, elasticità nel voto.

            Ma torniamo ai sistemi elettorali. Senza voler rubare il mestiere al professor Sartori, mi permetto di suggerire il sistema “ideale”, quello che unirebbe i vantaggi del proporzionale a quelli del maggioritario, escludendone gli svantaggi. Va da sé che la mia proposta è semiseria e piuttosto provocatoria. Il sistema in questione, chiamiamolo il “bizzarrum”, è un sistema a doppio turno misto, ma non misto “in parallelo” (cioè con una quota maggioritaria e una quota proporzionale), bensì misto “in serie”. Si andrebbe a votare una prima volta con un sistema proporzionale puro (con sbarramento al 5%): ogni partito farebbe corsa a sé. Dopo un mese, i partiti sopravvissuti al primo turno elettorale, si ripresenterebbero agli elettori, ma aggregati, e il sistema di voto sarebbe un maggioritario puro. In questo modo, la prima tornata elettorale permetterebbe ai partiti maggiori di valutare la propria consistenza, anche ai fini delle alleanze future, e farebbe sparire i partiti minori; la seconda porterebbe alla formazione di una maggioranza e di un premier scelti dagli elettori. Mi si potrebbe obiettare che un sistema del genere comporterebbe una campagna elettorale estenuante, troppo lunga, e con elementi di contraddittorietà: in vista del turno proporzionale, anche i futuri alleati cercherebbero di farsi le scarpe vicendevolmente. Ma non è, esattamente, quello che accade già? Non ci troviamo, forse, in una perenne campagna elettorale, con comparsate-spot dei vari politici in televisione, con manifestazioni di stampo elettoralistico, con provvedimenti governativi adottati al solo scopo di ingraziarsi più o meno estese fasce di elettori? E, all’interno dei due poli, non scorrono veleni, non si tramano congiure, non si cerca di pugnalare gli alleati alle spalle?

Il “bizzarrum” potrebbe essere adottato una tantum, in vista di una normalizzazione del panorama partitico italiano.

            Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

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Sunday, November 11, 2007

Politica ordine geometrico demonstrata

Mi scuserà Spinoza, se parafraso il titolo del suo capolavoro: intendo illustrare con una metafora matematica il rapporto fra Libertà e Potere.

“Postulato della Libertà”: “La Libertà (individuale) è inversamente proporzionale al Potere (pubblico)”. Detti p il potere (pubblico) e l la libertà (individuale), si ha: pl = k (l’equazione di una parabola equilatera i cui asintoti sono gli assi coordinati). Se si riporta p in ascisse (purtroppo è il Potere la variabile indipendente: non si dà mai un potere circoscritto dalla Libertà, ma sempre una Libertà circoscritta, limitata dal Potere) e in ordinate l, si vede subito che, al crescere di p, l tende a zero (si va verso i regimi totalitari), mentre al diminuire di p, l tende all’infinito (si va verso l’anarchia). Mettendo in scala i principali regimi conosciuti, in ordine crescente di ‘capacità’ liberticida, si va dall’anarchia (non società) alle liberaldemocrazie (società “aperte”, per dirla con Popper), alle socialdemocrazie (società “aperte”), ai regimi autoritari (società “chiuse”), ai regimi totalitari (società “chiuse). Alla scala dei regimi si può sovrapporre la scala delle ideologie, nel senso che all’anarchia corrispondono i movimenti anarchici e libertari, alle socialdemocrazie i movimenti/partiti socialdemocratici, alle liberaldemocrazie i movimenti/partiti liberaldemocratici, ai regimi autoritari i movimenti di stampo fascista, ai regimi totalitari i movimenti di stampo nazista e comunista. Fra le socialdemocrazie e i regimi autoritari, porrei il caso unico, anomalo, dell’Italia odierna: una pseudodemocrazia malata. Il caso italiano è il meno limpido, nella sua ambiguità: sotto una parvenza di democrazia, si nasconde una società “chiusissima”, suddivisa in caste, in cui il ricambio della classe dirigente è praticamente impossibile. Lo Stato italiano è ipertrofico, invadente, onnipresente, un Leviatano dagli artigli spuntati: mammone, paternalista, buonista, assistenzialista, lassista. Va assolutamente messo a dieta, snellito, ridotto ai minimi termini, a tutto vantaggio di una crescita, proporzionale, della Libertà individuale.

La Libertà (con la “L” maiuscola) è un dato globale, complessivo, dipendente dal regime vigente. Esistono, poi, le singole libertà specifiche, che vanno considerate caso per caso. Per esempio, la libertà di professare una religione in Italia è pienamente garantita; lo è già molto meno – di fatto, se non in linea di principio – la libertà di praticare le proprie tendenze sessuali. La libertà di disporre della propria vita (mi riferisco all’eutanasia) è del tutto conculcata. La libertà di espressione è gravemente lesa da leggi subdole, indirette, e dall’esistenza delle corporazioni dei professionisti dell’informazione. La libertà di impresa è limitata da innumerevoli panie burocratiche e dai puntelli statali alle imprese decotte, che distorcono la libera concorrenza (per non parlare degli interventi della criminalità organizzata).

Non sarebbe male istituire in Italia un Osservatorio delle libertà, un “libertometro”, per ‘misurarne’ o, meglio, monitorarne l’andamento.

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

Posted by Catone at 07:42:35 | Permanent Link | Comments (0) |