La cultura italiana, nobile decaduta
Quel che latita, nelle proposte di rinnovamento della politica italiana, è un serio programma di rilancio della “cultura generale”: quel fondamentale sedimento di acquisizioni, complemento di ogni specializzazione settoriale, che amplia gli orizzonti e fornisce le basi per capire il complicatissimo mondo moderno. Intendo la cultura concepita, laicamente, come “sapere”, senza distinzioni fra sapere scientifico e sapere umanistico e, soprattutto, senza specificazioni ideologiche (cultura di destra, di sinistra, cattolica, ecc). In breve: la cultura come contraltare dell’ignoranza.
I deleteri effetti collaterali del ’68 – che hanno portato al trionfo dell’antimeritocrazia, al livellamento verso il basso, al lassismo nel sistema scolastico – e la crescente influenza di una televisione sempre più “analfabetizzante” hanno trasformato la cultura italiana in una Cenerentola, mentre altrove, come merita, è una principessa. È ora che, anche da noi, le venga reso il rango che le spetta, e non solo per il suo valore intrinseco, ma anche perché interagisce con la politica (nel cui ambito può essere usata in modo nobile, per informare/istruire/educare, o in modo ignobile, per indottrinare) e con il civismo. La cultura sta al senso civico come gli alberi di una collina suscettibile di smottamento stanno al terreno sottostante: se la si abbatte, il civismo frana, come dimostra l’imbarbarirmento crescente dei comportamenti dei nostri studenti, in parallelo col declino della scuola italiana. La cultura, inoltre, contribuisce alla formazione di opinioni fondate razionalmente e quindi di scelte consapevoli: molti argomenti di scottante attualità – come l’eutanasia, le risorse energetiche, gli OGM, sino al dibattito fra creazionisti e darwinisti che rischia di riportarci al Medioevo –, dovrebbero essere affrontati con maggior cognizione di causa, mentre oggi vengono trattati sotto l’influenza di preconcetti ideologici e anacronistiche fobie.
Fra i più gravi errori commessi dalla DC buonanima, nell’ambito della sua spartizione dell’Italia con i comunisti, c’è l’aver lasciato che questi invadessero tutti i luoghi deputati alla formazione e alla diffusione della cultura: Università, Case editrici, Premi letterari, Cinema, Teatro, Televisione pubblica, ecc. I comunisti ne hanno abilmente approfittato per conquistare l’egemonia culturale predicata da Gramsci e influenzare/indottrinare il “popolo”. Oggi la cultura italiana è decaduta al punto che: la televisione è diventata la cattedra più ‘autorevole’ (ovvero il pulpito) da cui guru e buffoni di Stato impartiscono lezioni politicamente orientate; guitti e giullari di corte ottengono il Nobel per la letteratura; Pecorari Scanii ideologicamente prevenuti diffondono notizie false e tendenziose su argomenti assai ‘sensibili’ come l’inquinamento o il surriscaldamento atmosferico e lo sviluppo sostenibile; un Pico della Mirandola del calibro di Francesco Rutelli fa il Ministro per i Beni e le Attività culturali; si considerano culturali le iniziative festivaliere di un Walter Veltroni (il cinefilo inventore dei gadget abbinati ai quotidiani).
Purtroppo, una volta avviato il circolo vizioso dell’ignoranza, invertire la tendenza è molto difficile e, soprattutto, richiede un sacco di tempo. Ma proprio per questo urge correre ai ripari con seri provvedimenti, altrimenti, di generazione in generazione, l’ignoranza si allargherà a macchia d’olio: la classe discente di oggi – ignorante – divenuta la classe docente di domani – più ignorante della precedente – perpetuerà l’ignoranza in dosi ancor più massicce. Ovviamente, poi, il dilagare dell’ignoranza non riguarda soltanto il mondo scolastico, perché gli studenti di oggi costituiranno la classe dirigente di domani, in particolare quella politica, e andranno a formare una Casta sempre più casta: culturalmente vergine.
La cultura è un settore strategico che va sottratto all’egemonia degli epigoni del comunismo e soltanto i liberali possono assumersi questo immane compito, meno attratti di altri dal miraggio di seguire/servire il “popolo” e più propensi di altri non già ad indottrinarlo, ma ad aprirgli gli occhi. Quindi non solo sgravi fiscali, liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc. (tutti provvedimenti urgenti e sacrosanti), nei programmi politici liberali intesi a rinnovare l’Italia, ma anche un serio progetto culturale e un’adeguata politica dell’istruzione.
Ceterum censeo Italiam esse mutandam.