Sabato, Dicembre 01, 2007

Un giullare organico

C’erano una volta gli intellettuali organici, truppe d’assalto inventate da Gramsci per conquistare l’egemonia culturale. Oggi, in sintonia col deteriorarsi della cultura, giunta ormai agli infimi livelli televisivi che conosciamo, gli intellettuali organici sono stati sostituiti dai giullari organici. Il passo in avanti è evidente: gli intellettuali organici erano ridicoli senza essere divertenti, i giullari organici (Fo, Benigni) qualche risata la strappano (cantanti e conduttori televisivi organici, come, rispettivamente, Celentano e Santoro, sono molto meno spassosi).

            Giovedì sera è andato in onda su Rai1 l’attesissimo (e seguitissimo) show di Roberto Benigni – “Il V dell’Inferno” –, double face come il suo protagonista: una prima parte spumeggiante, scoppiettante di battute al fulmicotone disseminate in un irresistibile profluvio di parole; una seconda all’insegna della retorica più smaccata, spinta oltre ogni tollerabile forzatura e, quel che è peggio, contrabbandata per un’operazione culturale. Il Benigni satirico è un piccolo genio (alcune sue stilettate ricordano quelle di Fortebraccio), il Benigni maître à penser, predicatore e profeta dell’ottimismo e dell’amore universale o elargitore di alta cultura è un grande impiastro. I problemi, per Benigni, nascono (“scusami, Roberto, si fa per scherzare”) proprio quando passa dalle prestazioni fulminee, abilmente mascherate da improvvisazioni, agli impegni di più ampio respiro. L’‘ispirazione’ di Benigni prende le mosse dall’intento di suscitare scalpore, vestendo i panni del ragazzaccio discolo, ma buono, sospinto da una spontaneità irruente e ingenua (tutta calcolata), da perdonare ipso facto con un sorriso divertito e indulgente. Così la sua Musa lo ha condotto per mano dal “Woitylaccio!” al prendere in braccio Berlinguer, alle palpate a Pippo Baudo e a Raffaella Carrà, a simili monocordi giullarate. All’intento di suscitare scalpore si è poi aggiunto, nel Benigni ‘maturo’, un nuovo leitmotiv: l’accostamento stridente, emotivamente esplosivo, degli opposti, segnatamente del Bene (sempre interpretato da lui) e del Male. E qui va sottolineata la sottigliezza del Nostro, che non mette in scena la lotta del Bene e del Male, ma la loro giustapposizione. Così facendo, evita la conclusione edificante più ovvia (il Bene che trionfa sul Male, giganteggiando su di esso) e si propone come piccola vittima sacrificale, mietendo commozione a fiumi. Nel suo “capolavoro” – “La vita è bella” –, lo scalpore era suscitato dall’accostamento fra l’abominio dei lager e l’eroico candore del protagonista (uno strano ebreo che, da buon fiorentino, invocava la Madonna a ogni piè sospinto). Brutta copia di “La vita è bella” è il clamoroso flop “La tigre e la neve”: anche qui un personaggio immacolato, buonissimo e piccolo piccolo si trova proiettato in una realtà violenta, sentina di tutti i mali. Il flop era prevedibile: con “La vita è bella”, Benigni aveva raggiunto l’apice, non più raggiungibile, della sua retorica. “Pinocchio”, altro flop, ha inaugurato la fase benignana della “presa in prestito” (di opere altrui): un brutto segno, indice di un inaridimento della vena creativa. Con Collodi gli è andata male, con Dante gli sta andando più che bene. Benigni, oltre che furbissimo, è anche piuttosto intelligente e penso che saprà sfruttare il ricco filone delle letture dantesche per molto tempo ancora. E poi?

Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

Posted by Catone at 18:09:36 | Permanent Link | Comments (0) |
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