La Cosa Azzurra
La Cosa Azzurra è stata battezzata “Popolo della Libertà”. Io preferivo l’altra opzione – “Partito della Libertà” -, ma forse soffro di ristrettezza di vedute. Per poter scegliere fra i due nomi, ho fatto un piccolo esperimento mentale, immaginando un primo titolo di giornale: “È nato il Partito della Libertà”. E poi un secondo: “È nato il Popolo della Libertà”. Il primo titolo mi sembrava adeguato ad annunciare la fondazione di una formazione politica; il secondo mi risultava un po’ difficile da digerire, come se descrivesse un atto di creazione al di là delle possibilità umane. Personalmente, avrei chiamato la nuova creatura politica “Partito liberalpopolare” (non “liberaldemocratico”, termine abusato e usurato), un nome che avrebbe descritto, sia pure pedissequamente, le due anime principali della nuova formazione. D’altra parte, un signore che è riuscito a imporre un partito – “Forza Italia” – che ha per nome un’incitazione da stadio deve sapere il fatto suo: non oso metterne in dubbio la lungimiranza. Ma lasciamo perdere queste elucubrazioni nominalistiche, oziose, di poco conto.
Di maggior momento, per non dire cruciale, è la questione della natura della nuova formazione, che, lo confesso, non ho ancora capito bene. Quel che ho capito è che non dovrebbe trattarsi di un partito, ma di un “metapartito”, di un contenitore, di una federazione di partiti (primo fra tutti, secondo le ultime notizie, “Forza Italia”). Apparentemente, la cosa non fa una piega, sembra l’uovo di Colombo: in associazione con un’adeguata legge elettorale, riduce la frammentazione partitica e promuove il bipartitismo, senza mettere a tacere le variegate voci, di ispirazione liberale, cattolica e conservatrice, invitate a far parte del coro. Ma, a un’analisi più attenta, potrebbe rivelarsi un tentativo di quadratura del cerchio (non lo dico con certezza: chiedo spiegazioni). Il “ripensamento” del Cavaliere (se ripensamento c’è stato e non gli è stato attribuito arbitrariamente dai giornali, come sostiene lui), che prima ha annunciato di voler sciogliere “Forza Italia” nella nuova formazione e poi ha deciso di soprassedere, denuncia un dilemma cornutissimo: il Popolo della Libertà fagociterà i partiti che vi confluiranno o li accoglierà ospitale senza cercare di dissolverli? Se l’obiettivo vero è quello di realizzare un effettivo bipartitismo, la linea da perseguire dovrebbe essere quella della fagocitosi: è quel che temono i vari Casini, Fini e Bossi, certi che il Cavaliere intenda ottenere la botte piena e l’alleato ubriaco. D’altronde, la permanenza in vita di “Forza Italia” dovrebbe garantire anche la sopravvivenza degli altri partiti, con le rispettive identità e le rispettive denominazioni. In pratica, sulla scheda elettorale, che cosa comparirà: un unico simbolo, quello del Popolo della Libertà, o tutti i simboli dei partiti che vi entreranno a far parte? Nel primo caso, il Popolo della Libertà rischia di rivelarsi una riedizione della vecchia DC, con tante “correnti”; nel secondo, una riedizione della Casa delle libertà. Tertium non datur, almeno a quel che pare: perciò urgono precisazioni. Probabilmente, però, le precisazioni arriveranno solo se, e quando, ci verrà data una nuova legge elettorale, perché, a seconda del sistema adottato, converrà avere le mani più o meno “libere”. La questione riguarda anche il ‘destino’ dei liberali. Io sostengo, a spada tratta, il rientro dei liberali dalla loro annosa diaspora e li invito a riunirsi in un unico partito; ma se poi questo ipotetico nuovo partito dovesse sciogliersi nel Popolo della Libertà, allora il gioco non varrebbe la candela e avrebbe ragione Capezzone che, in una recente intervista (L’Opinione del 23/11/2007), ha dichiarato: “A mio avviso i liberali, anziché chiedersi cosa convenga loro dovrebbero soprattutto concentrarsi su cosa convenga al paese. Insomma il tema da affrontare non è se, quando o come costituire un’area Liberale diversa da questo partito né, peggio ancora, una componente o una corrente del Ppl. Il punto è scegliere alcuni obiettivi e provare a capire dove questi obiettivi possono essere realizzati”.
Ceterum censeo Italiam esse mutandam.

